Outing
Mi sono accorto che provo una forte attrazione per Rosario...
Pensate che io mi sia convertito all'altra sponda?
SBAGLIATO!

Rosario Dawson....
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Mi sono accorto che provo una forte attrazione per Rosario...
Pensate che io mi sia convertito all'altra sponda?
SBAGLIATO!

Rosario Dawson....
Sei un'altra cosa che ho perso, che mi e' scivolata, che mi e' caduta. Io c'ho provato ma non ti ho tenuta, vabbè pazienza credimi posso farne senza. Sei già un ricordo in dissolvenza e non fai differenza con tutto quello che ho perso senza rendermene conto, come ogni volta che perdo un tramonto il giorno dopo affronto lo stesso, magari piove come adesso e ho perso l'ombrello ed il cappello ma il bello e' quello: e' il duello che ogni minuto ho fatto con la vita e quando la sorte mi si e' accanita contro e, pronto, dovevo trovare veloce una via d'uscita procurandomi qualche ferita che non si chiude e ancora brucia, ma fa niente e' solo un'altra cosa persa o qualche volta un'altra cosa data e dopo tolta all'improvviso, senza preavviso, che rende inferno ciò che era paradiso.
Un’altra cosa che ho perso.
Ore passate a misurare dolore, dolore di testa, dolore di occhi, dolore di cuore, dolore d'anima, di sangue, di ossa ma ciò non vuol dire che non possa darmi una scossa in fondo e' solo una scommessa che ho perduto, una promessa a cui ho creduto e che non hai mantenuto. Già, basta non perdere la dignità, almeno curandola un po' con un bicchiere pieno. Come le tue frasi, adesso tutte perse come un mazzo di chiavi, tu che cercavi parole per farmi capire che eri pulita, ma per finire poi sei riuscita a perderle come 100 Lire e adesso credimi non ne voglio più sentire. Voglio guarire,
guardando l'altra faccia di te che ho scoperto, pensandoti solo come a una cosa che ho perso.
Un’altra cosa che ho perso.
Ho perso treni e aerei, più d'una volta il portafoglio, ho perso indirizzi, soldi ma mai l'orgoglio il che e' una sbaglio se mi fa perdere l'autocontrollo però non mollo, c'ho fatto il callo e resto in ballo. E' un'altra cosa uscita dalla mia vita che presto o tardi verrà sostituita, in un futuro dove tu sarai passato remoto cancellato, dimenticato. Sarai una foto buttata sul fondo di un cassetto chiuso, coperta da qualche maglia che non uso e disilluso, ci proverò ad odiare se non ci riuscirò, mio malgrado, dovrò amare, ma mai come cura per un vuoto da colmare. E non mi scrivere, non mi chiamare, non mi pensare perché da oggi un'altra cosa cerco e, sono certo, sarà diverso da quella cosa che ho perso.
(A.Aleotti)
La litoranea si è ridotta ad un sottile filo di asfalto ondulato. La ruota del mio scooter d’argento a propulsione elettrica procede silenziosa zigzagando tra cumuli di sabbia che il vento ha sottratto alle mille dune che un tempo costituivano l’area protetta. Sono parecchi chilometri che non scorgo anima viva. Sento solo il profumo della salsedine confondersi con quello del ginepro mentre una brezza fresca mi carezza il viso. Cerco di non pensare a questa fine incombente, a questa angosciante mancanza di futuro. Voglio godermi unicamente le sensazioni ancestrali che già provavano tremila anni fa i nostri avi. L’enorme sagoma del monte Circeo sembra un volto di maga dormiente. La fronte protesa e naso tuberoso degradano in una parvenza di bocca sottile preludio ad un atrofico mento. Gli ultimi raggi della stella che ci fu amica cadono incidenti sul mare. Cromatismi caldi che farebbero la felicità di ogni direttore di fotografia. Attraverso i saliscendi naturali, a tratti riesco a scorgere la spiaggia e, oltre, l’eterno movimento dell’acqua. Per un attimo ho la sensazione di intravedere una macchia forte di colore, rosso mi sembra, che non si intona col paesaggio. Decido di fermare lo scooter d’argento. Le mie timberland affondano nella rena. Scalo alcune piccole alture facendomi strada tra cespugli incolti. E finalmente la vedo. Lei è li, seduta con grazia sulla spiaggia. Indossa un maglioncino rosso e dei jeans strappati. Sembra una bambina. Il vento fa danzare i capelli neri e lunghi al ritmo di una musica silenziosa. Il sole le bacia gli occhi scuri regalando loro mille piccole scintille dorate. E bacia anche le sue labbra. Cremisi come la sua maglia che racchiude forme perfette di donna. Si accorge di me. Mi guarda e mi sorride con malinconia. Ricambio il suo saluto triste e mi siedo accanto a lei. Non parliamo per un po’. Poi lei si rannicchia e stringe le proprie gambe tra le braccia. “Sono Anna” mi dice con una voce dolce. Poi mi guarda seria e continua. “Ho un tumore al seno”. Le rispondo “Non potrà farti del male.” Lei fissa il mare. “Non ci saranno mutilazioni né raggi. Stavolta perderà anche lui”. Ora si stringe al mio braccio e con la testa si accoccola sulla mia spalla. “Non lasciarmi sola, ti prego”. “Stai con me Anna… per tutta la vita”. Il sole si suicida nel mare. Domani nascerà ancora, ma forse nessuno lo vedrà. “Dimmi il tuo nome e stringimi”. La cingo forte tre le braccia. “Marco” le sussurro sulle labbra. Un bacio e poi ancora un altro. Baci dolci e poi rabbiosi e poi disperati e ancora dolci e delicati. Ho il suo viso tra le mie mani e ci guardiamo. Ci liberiamo dei vestiti e sento il suo meraviglioso seno contro il mio petto. Le carezzo le spalle e più giù i glutei e le gambe. Le sue mani sulla mia nuca e sulla schiena. Suggo i capezzoli avidamente dedicandogli un amore disperato e struggente. E finalmente siamo l’uno nell’altra. Mi accoglie. E io affondo. E il tempo si ferma mentre il nostro piacere cresce fino ad esplodere quasi doloroso. Perché ogni orgasmo è una fine e qualcosa un po’ muore. “Tienimi ancora dentro di te, restiamo così, per sempre.” “Non ti lascio andar via, rimani con me, in fondo a me. Nella mia pancia. Nel mio cuore. Nei miei occhi”. Un vento impetuoso ci travolge e un suono fortissimo, cupo e maestoso, copre ogni rumore. I nostri respiri. Le nostre parole. In un attimo una montagna d’acqua ci schiaccia senza darci il tempo di capire, di reagire, di inorridire. I nostri corpi rimarranno in balia delle correnti. Percorreranno chilometri. Fantocci nelle mani di Nettuno. Ma resteremo così, l’uno nell’altra. Perché questa è la nostra. La nostra fine del mondo.
Vengo spesso a Roma per lavoro.
Rocco Siffredi
Quando mio nipote adolescente chiese a suo padre (ingegnere informatico) di dargli degli erudimenti sul sesso, questi procurò al ragazzo il famoso:
“Master of the Programmer Operating Manual” by Valdoni
Poniamo di lavorare in un programma a tre SUBROUTINE e chiamiamole B, F e C. Avendo un COMPILATORE adeguato si può lavorare senza PROTEZIONE. Questa modalità è tuttavia nella maggior parte dei casi fortemente sconsigliata per due motivi: il primo è che si può facilmente incorrere in un FATAL ERROR di GENERAZIONE, il secondo, quello più remoto, è il rischio di incappare in qualche VIRUS che progressivamente, dopo aver distrutto il programma, deteriori irreversibilmente anche il compilatore. Sul mercato, oggigiorno sono presenti numerosi DEVIRUS ma non tutti i malware sono debellabili. La protezione più adeguata che preserva da entrambi gli inconvenienti sopra citati è quella di lavorare sotto CTRL (tasto control) semplice oppure unito nelle funzioni CTRL-R che limita
PRIMO: Far girare
SECONDO: Far girare si seguito
A questo punto si può dare il RETURN manualmente se non raggiunto prima
TERZO: Ripartire con
E’ buona norma ripulire le VARIABILI dopo l’esecuzione del programma.
Nel caso che il programma giri durante il ciclo FOR I TO – NEXT sarà più difficile incappare in FATAL ERROR di GENERAZIONE però attenzione a non far girare
E a voi è tutto chiaro ??????
La ragazza con la ka bordò possedeva un’ innata eleganza. Fin da quando, da piccolissima, aveva cominciato a camminare. Non sembrava in effetti camminasse stentatamente come ogni bimbo che cerca l’equilibrio. Pareva più volteggiare nell’aria. Al pari di una ballerina classica, leggera come una piuma. Veloce e aggraziata. Lui la vide lasciare il letto e, nuda, saltellare con leggiadria verso il bagno. Erano stati dolcissimi i suoi baci. Pieni di passione. Gli era piaciuto tantissimo respirare il profumo della pelle di lei, poggiarci le labbra, sentirla calda al suo tocco. La ragazza con la ka bordò aveva una mente niente male. Era bello parlare con lei di tutto. In effetti, la ragazza con la ka bordò era una ragazza nel corpo e una donna nella mente. Lui avrebbe voluto darle un altro lui. Non quello di oggi. Appesantito nel fisico, negli entusiasmi e nei sogni. Il lui di qualche anno prima. Di quando sapeva far seguire alla dolcezza la forza della passione. In effetti avrebbero potuto scrivere una storia molto bella insieme. Se solo si potesse tornare indietro. Se solo. Erano le prime pagine del loro libro. Dallo sguardo di lei, furbo e dolcissimo, mentre tornava vicino a lui, su quel letto comodo e arancione, l’uomo capì che valeva la pena tentare di uccidere le proprie paure per poter forse tornare a volare. Allora prese la mano della ragazza con la ka bordò e la portò alle sue labbra.
Post dedicato a mia figlia quasi maggiorenne che afferma, con cognizione di causa, che le cose che scrivo oggi avrei potuto scriverle quando frequentavo le scuole medie. E non perché alle medie fossi particolarmente dotato.
Una cosa è certa: se fosse venuto in mente a me di scrivere la trilogia di Millennium a quest’ora sarei “all’arberi pizzuti” o, se preferite “a fa la tera ai ceci” come il povero Stieg Larsson. Ben venga quindi che io non abbia avuto questa originale idea e, già che ci siamo, lasciatemi scaramanticamente grattarmi le putenda. Certo pure io avrei iniziato con “Uomini che odiano le donne” ma il titolo originale sarebbe stato “Omini che nun reggheno le pisque”. A grandi linee la storia sarebbe stata la seguente: Michele Cucuzzo, noto giornalista del mensile SeculaSeculorum (magazine che nonostante il nome non ha intrallazzi in Vaticano) è appena uscito ammaccato da un processo per diffamazione intentato contro di lui dal famoso uomo d’affari analfabeta Papo Ercan, che il nostro Cucuzzo aveva tacciato di condotta immorale e frequentazione di nerboruti “travoni”. L’uomo d’affari (anche perché non sa leggere) vuole affondare definitivamente il SeculaSeculorum. Cucuzzo e la sua socia Senta Berger (nota diva degli anni sessanta ed unica persona al mondo ad avere per nome un congiuntivo esortativo) sono costernati e costipati ma questo non li esime dal copulare come ricci semplicemente in grande amicizia. I due infatti si definiscono “Trombamici” . Nel frattempo nella storia si apre un secondo scenario. Chelemora impresario teatrale e direttore di produzione, si rivolge a Miriam TomRozzi nota proprietaria della più grande agenzia investigativa del paese. Chelemora vuol far indagare sul nostro Michele Cucuzzo per conto del grande e ricco poeta Arpano che vive in un paesino del profondo nord: 3palle. Miriam TomRozzi incarica la sua più dotata investigatrice. E qui entra in scena uno dei personaggi letterari più originali e incredibili che la fantasia umana potesse creare: Bettina Salamandra. La ragazza è alta “un cazzetto e mezzo” ed è talmente secca che a vederla pare si regga in piedi “tra n’sospiro e na scureggia”. Ma è soltanto apparenza. In effetti Bettina Salamandra è un cazzutissimo ordigno miniaturizzato con le palle e le contro palle. E poi è una cifra intelligente e ha altre doti, tipo per esempio che ha la memoria scanner (moderna e più potente evoluzione della memoria fotografica) ed è in grado di parlare con i fax. Ha solo due difetti: il primo è che è sempre n’grugnata (scura in volto ed inquieta) e il secondo è che ha due sisette come du pidicelli (due brufoli). Bettina ha alle spalle un’infanzia difficile. Non ha mai legato con i coetanei e ha avuto seri problemi familiari. La madre, una megera che aveva un banco al mercato trionfale, era fattucchiera e tenutaria di bordello ed era sempre troppo presa dai suoi vari lavori e dal mantenere giovani gigolò per seguire la figlia. Fu così che i servizi sociali affidarono in tenera età Bettina al padrino della prima comunione, Mario Pione noto a tutti con la crasi di Marpione. Questo essere immondo costrinse la piccola Bettina ad ogni sorta di laida esperienza. A quindici anni la ragazza aveva già un apparato genitale tanto provato come quello di una donna con tre parti gemellari alle spalle. Appena potè Bettina, tagliò il membro di Marpione e glielo cucì sul cuoio capelluto e poi fuggì. Questo era l’inconfessabile segreto di Salamandra. Bettina indagò sulla vita di Michele Cucuzza e scoprì che tutto sommato era un bravo cristiano e pure il fatto del trombamico era una cosa simpatica. Quindi fece rapporto positivo a Chelemora e a TomRozzi. Chelemora allora contattò Cucuzzo e lo convinse a recarsi a casa di Arpano a 3palle, facendo balenare l’ipotesi che il noto poeta, a suo tempo sposato con Pomina, poteva dargli delle dritte su Papo Ercan. Mentre Michele Cucuzzo faceva l’ultima parte del viaggio sulla tratta Lecco-3palle, si informò sulla produzione poetica di Arpano. L’opera del vate aveva toccato il culmine molti anni prima quando scrisse insieme alla moglie “Felicità”. I primi versi erano questi “Felicità è prendere in mano il coso di Arpano , la felicità! È schioppasse Pomina nella cantina la felicità…” Poi purtroppo un evento drammatico aveva segnato la vita dei due artisti e aveva decretato la loro separazione. Che questo fosse il motivo della convocazione di Cucuzzo non sfiorò manco la mente del giornalista…. tubecontinued
La ragazza guadagnò il davanzale. Lui l’aveva aiutata nella salita e quelle mani grandi, inevitabilmente, lei le aveva sentite sui fianchi, e poi sulle gambe. Il calore dei palmi aveva oltrepassato la stoffa dei jeans e, anche se in quei contatti non c’era stato nulla di libidinoso, lei aveva comunque provato un sottile eccitante imbarazzo. La finestra dava su un salone disadorno. A destra il camino annerito. Lei timidamente entrò e si sporse dalla finestra per vedere se l’uomo
Zalve mi brezendo. Mi ghiamo Roger e ho drendanni. Sgrivo guesda mia berghè duddi bozzano zabere goza bazza un bovero senegalese ghe arrivi glandesdinamende a Roma. I brimi dembi zono sdadi duri. Dormivo gon aldri miei baezani in un gazolare diroggado in gambagna . Verzo le giungue mi alzavo e gomingiavo a gamminare zulla via Laurendina. Le mie bovere sgarbe rodde mi fagevano un male gane. Verzo le zedde arrivavo alla goob la broledaria, guel grande zubermergado. Guando arrivavano i gamion dei vornidori mi regalavano zembre la frudda doggata, guella guasda. Boi la goob abriva al bubbligo. E io lì, al freddo e al gelo ad asbeddare ghe usgizzero gon i garrelli sdragarighi ber aiudarli a meddere le busde in magghina. Gualguno aveva bietà. Mi lasciava il garrello e l’euro da reguberare. Finghè un giorno di digembre, ghe era guazi quella vosdra festividà dove mangiade un zacco, gonobbi Ingegnere Rozzi. Ingegnere Rozzi mi besdò un biede gol la gomma del zuo zuv. Zi vermò, sgeze dalla magghina alda gon diffigoldà ezzendo aldo un medro e ginguanda, e mi ghieze ze mi fozzi faddo male. Era la brima volda ghe gualguno zi breoggubava ber la mia zalute. Mi dizze boi ze ero inderezzato a viddo e alloggio e a dregendo euro al meze. “ti darò un lavoro in nero” disse. “lo vedi ? Tu sei nero e lavorerai in nero per me che sono un grande imprenditore privo di alcun preconcetto razziale. L’importante è che tu non sia drogato”. Non gabii un gazzo lì ber lì. Un biaddo galdo. Un leddo galdo. Dregento garrelli da non ribordare. Aggeddai zubido giurando di non ezzere drogado. Non zabevo angora ghe sdavo zalendo la sgala zociale. Da uldimo e invizibbile ero divendado uno sghiavo!
Amy, la bella irlandese mi lasciò. “This is the end” fu l’amaro VERDETTO. Cancellai col BIANCHETTO dal mio cuore, la sua bocca e il suo ROSSETTO. Pensai “ Si, in fondo, sono troppo ITALIANETTO!”